Videosorveglianza presso la Posta

La Posta è confrontata con il fenomeno dei furti commessi dai propri impiegati. Per rimediarvi, ha previsto l’impiego di un sistema di videosorveglianza. Mediante tecniche moderne di criptaggio e grazie a un decriptaggio restrittivo delle registrazioni, la questione del divieto di sorveglianza del comportamento sul posto di lavoro è in gran parte risolta.

La videosorveglianza presso la Posta era stata oggetto di un intervento da parte nostra già nel 1999 (cfr. il nostro 7º rapporto di attività 1999/2000, n. 6.1). Allora, eravamo giunti alla conclusione che la videosorveglianza non era conforme al diritto, in quanto ledeva il divieto di sorveglianza del comportamento. La Posta ci ha sottoposto un nuovo progetto di videosorveglianza nel 2007 con la richiesta di valutarlo sotto il profilo della protezione dei dati.

Il nuovo progetto di videosorveglianza nasce a causa dei furti commessi dagli impiegati stessi, delitti che arrecano gravi danni alla Posta e alla sua clientela. Su richiesta dell’impresa, i centri di smistamento della Posta saranno in futuro sistematicamente sorvegliati mediante telecamere. Secondo la Posta, le misure di sicurezza in atto hanno perlopiù un mero carattere preventivo e non rispondono ai bisogni di sicurezza dei centri di smistamento postale. In base ai dati forniti dall’impresa, tra le misure di sicurezza attuali vengono annoverati audit di sicurezza, controlli sporadici di persone ed effetti personali nonché la creazione di canali esclusivi protetti per clienti speciali che, per esperienza, sono regolarmente vittime di furti. In futuro, è previsto l’impiego di meccanismi di distribuzione automatica della posta nonché di tecnologia RFID per rintracciare specifiche spedizioni. La Posta giustifica il nuovo progetto di videosorveglianza essenzialmente con argomenti quali una migliore prevenzione e una maggiore efficienza nel tradurre davanti alla giustizia gli autori di delitti e nello scagionare gli innocenti. Nel settore dello smistamento manuale, alcuni degli impiegati rimarranno nel campo delle telecamere di sorveglianza sull’arco dell’intera giornata di lavoro. Sono tuttavia previste rotazioni settimanali in settori non sorvegliati. Non è stata contemplata la sorveglianza permanente (monitoraggio in diretta). L’impresa giustifica la conservazione delle registrazioni per 100 giorni adducendo che in tale modo le è possibile effettuare ricerche relative a perdite annunciate con ritardo (per es. in relazione a spedizioni internazionali). Il personale viene debitamente informato circa le misure di sicurezza in atto e quelle previste. L’impresa ha confermato che le associazioni del personale sono state coinvolte.

Abbiamo esaminato il progetto e, in primo luogo, spiegato alla Posta il significato della protezione del comportamento quale aspetto fondamentale del concetto di personalità. In quest’ottica, abbiamo evidenziato che la sensazione negativa di essere costantemente sotto sorveglianza può fare insorgere una pressione in grado di causare, con il tempo, problemi di salute.

Il nostro servizio ha quindi fatto notare alla Posta che la videosorveglianza ai fini della raccolta e della conservazione di prove, per la gravità della lesione della personalità che comporta, è di competenza esclusiva della giustizia penale. La responsabilità dell’attuazione di misure di videosorveglianza è pertanto attribuita alle autorità pubbliche, con il presupposto che queste sono in grado di adottare decisioni neutrali e conformi al diritto. Il divieto di sorveglianza del comportamento non ammette una sorveglianza sistematica da parte del datore di lavoro, a prescindere dall’entità dei suoi interessi in gioco. Solo in situazioni di emergenza, il datore di lavoro può installare un sistema per sorvegliare il comportamento dei propri impiegati.

Abbiamo inoltre evidenziato che questa situazione giuridica comporta difficoltà sul piano pratico. Le autorità competenti non sono in effetti in grado di rispondere al bisogno diffuso dei privati di raccogliere prove attraverso la videosorveglianza. L’esperienza dimostra che le richieste di sorveglianza rivolte alle autorità competenti vengono spesso e senza esitazioni reindirizzate allo stesso richiedente. Abbiamo tuttavia assicurato alla Posta che la tecnologia odierna consente di porre rimedio a tali difficoltà di tipo pratico. Abbiamo chiarito che la videosorveglianza sistematica può essere considerata conforme al diritto se criptata. Il criptaggio sistematico delle registrazioni e la limitazione del decriptaggio a casi di sospetti concreti riducono di fatto al minimo la sensazione di essere sistematicamente sorvegliati. Siamo giunti a questa conclusione dopo aver equiparato la videosorveglianza alla sorveglianza della navigazione in Internet e della posta elettronica da parte del datore di lavoro, laddove la sorveglianza del comportamento – sistematica, è vero, ma garantita dall’uso di uno pseudonimo – può, a determinate condizioni, essere considerata lecita.

Abbiamo infine raccomandato alla Posta di restringere l’accesso alle registrazioni e al loro decriptaggio mediante un sistema di doppio criptaggio: l’impresa conosce il primo elemento della chiave di accesso e un terzo (per es. associazioni del personale) il secondo. Ci si assicura in tal modo di limitare il decriptaggio a casi di sospetto concreto e viene rispettato il «principio dei quattro occhi». Da ultimo, l’informazione a priori delle persone coinvolte circa le modalità di criptaggio e di decriptaggio restrittivo è di capitale importanza.

In conclusione, il nostro servizio ha informato la Posta che l’impiego di soluzioni tecniche di questo tipo consente di risolvere in ampia misura il problema del divieto di sorveglianza del comportamento sul posto di lavoro (cfr. il n. 1.2.3 del presente rapporto).

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Ultima modifica 30.06.2008

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