datum 2013

Sommario

Editorial

Care lettrici, cari lettori,

la nuova edizione di datum è incentrata su due argomenti: alcuni aspetti relativi all'indicazione di nomi nei media, che tratterò nel primo articolo, e la videosorveglianza nei ristoranti, illustrata dalla portavoce Eliane Schmid. Il fatto che in questa sede l'attuale dibattito sulla NSA sia trattato soltanto marginalmente rispecchia l'intenzione espressa dalla redazione di offrire una piattaforma anche a temi meno presenti sui media. Si rimanda peraltro agli articoli e alle trasmissioni degli ultimi giorni e delle ultime settimane in cui l'incaricato della protezione dei dati e della trasparenza Hanspeter Thür si è espresso in modo particolareggiato sul problema dei servizi segreti. L‘articolo apparso sulla rivista «Schweizer Monat» ve ne offre un assaggio.

Buona lettura!

Francis Meier
Redattore responsabile

Temi

Indicazione di nomi nella cronaca: una sfida per la protezione della personalità

Ponderare tra sfera privata del singolo e interesse pubblico quando si tratta di rivelare l’identità di una persona è uno dei compiti principali del mestiere di giornalista. Fin dove arrivano i diritti della personalità in relazione all’indicazione di nomi è una domanda che si pongono sempre più spesso non soltanto i giornalisti, ma anche il Consiglio della Stampa e i tribunali. Con l’avvento dei media online e degli archivi di Internet la questione ha assunto una nuova dimensione.

Un’istituzione che si occupa a fondo degli aspetti del giornalismo dal punto di vista dell’etica professionale è il Consiglio svizzero della Stampa. Quale organo di autoregolamentazione dei media nazionali esso emana direttive e pubblica pareri di cui gli operatori dei media devono tenere conto. La sua linea da seguire per pubblicare nomi, indirizzi e altri dati d’identificazione è l’interesse pubblico per l’identità di una persona. In particolare politici, dirigenti economici e altre persone che svolgono un ruolo primario nella società devono mettere in conto che si parlerà di loro, anche quando non saranno d’accordo. Anche queste persone hanno tuttavia diritto al rispetto della loro sfera privata. La cronaca è ammessa finché determinate azioni private sono direttamente connesse con la funzione pubblica.

Il caso di un politico cantonale vodese che era ricorso al Consiglio della Stampa perché il suo nome era apparso su numerosi giornali della regione in relazione a una controversia tra sua moglie e una domestica di entrambi ne è un esempio. L’oggetto della causa promossa dalla domestica consisteva in divergenze nell’ambito del diritto del lavoro. Il Consiglio della Stampa ha respinto il ricorso con la motivazione che, dato che l’uomo si occupava sia come avvocato sia come politico prevalentemente di questioni legate al diritto del lavoro, in questo caso doveva accettare che il suo nome fosse reso pubblico.

Sconosciuti saliti agli onori della cronaca e insidie dell’anonimizzazione

La situazione assume tutt’altro aspetto quando si tratta di gente «comune» che, a causa di un evento straordinario come per esempio un reato, sale agli onori della cronaca. Per pubblicarne il nome occorre che vi sia un importante interesse pubblico, per esempio se serve ad avvertire la popolazione che c’è un delinquente latitante. Se questo non è il caso, l’identità dell’interessato deve essere taciuta. Un esempio è l’uccisione della socioterapeuta ginevrina nel settembre di quest’anno. Omicidi simili scatenano orrore e rabbia ben al di là della cerchia familiare e possono sfociare in richieste di rivalsa sotto forma di denuncia pubblica. Lo Stato di diritto, che in via di principio concede agli autori di un reato una possibilità di risocializzazione, non dà tuttavia seguito ad appelli di questo tipo. Il Consiglio della Stampa ha quindi sottolineato che, nel caso di omicidio in questione, pubblicare il nome e la fotografia degli interessati era opportuno soltanto nella fase in cui la vittima e l’autore del reato erano dati per dispersi.

In casi simili, per celare l’identità degli attori i giornalisti sostituiscono i nomi con iniziali o pseudonimi e rendono le fotografie parzialmente irriconoscibili. Come testimoniano numerosi esempi della storia giornalistica più recente, a volte questo modo di procedere può tuttavia risultare insidioso: pur utilizzando anche solo in parte un nome raro o collegando le iniziali con il luogo di domicilio, l’età o altri dati, gli interessati rimangono comunque identificabili per una parte del pubblico. L’uso incauto di nomi veri come pseudonimi può a sua volta dare adito a confusione e malintesi con i veri portatori dei nomi. Il Consiglio della Stampa raccomanda perciò caldamente di apporre in calce all’articolo la nota «nome cambiato dalla redazione».

La rete non dimentica

Un elemento che mette sempre più in questione l’efficacia della prassi attuale in termini di etica e diritto dei media è la rivoluzione della comunicazione avviata da Internet. Nel mondo predigitale dominato dai media classici quali stampa, radio e televisione, la maggioranza del pubblico dimenticava le storie di attualità dopo alcuni giorni o tutt’al più dopo alcune settimane. E a chi voleva far rivivere il passato bisognava entrare in un archivio. Oggi la situazione è completamente diversa: mediante gli archivi online del media stesso, i servizi di media e i motori di ricerca in rete è possibile reperire gli articoli desiderati in pochissimo tempo. Vicini, datori di lavoro e clienti vengono così a conoscenza con un paio di click di passi falsi, apparentemente dimenticati già da tempo.

Va inoltre aggiunto che, grazie a elenchi di persone, al riconoscimento facciale, ai servizi delle carte e ad altri ausili offerti dal web, è diventato notevolmente più semplice identificare persone rese irriconoscibili. Il diritto all’oblio, centrale in una democrazia, viene così sempre più scardinato: un’evoluzione preoccupante che chiama in causa la politica. Nell’UE il diritto all’oblio nell’ambiente online è un elemento importante della nuova direttiva sulla protezione dei dati che il Parlamento europeo ha approvato lo scorso ottobre. La direttiva intende rafforzare il diritto dei cittadini all’autodeterminazione informativa. Anche in Svizzera emergono intenzioni simili che sono ora tema di discussione approfondita nell’ambito della revisione delle legge sulla protezione dei dati.

Le persone che vogliono cancellare le loro tracce mediatiche possono naturalmente rivolgersi innanzitutto al media stesso chiedendo che i propri dati vengano anonimizzati o eliminati. Se il tentativo fallisce, possono chiamare il Consiglio della Stampa le cui opinioni hanno carattere indicativo per i media. Gli interessati possono inoltre optare per la via giuridica (diritto pubblico). Toccherà poi ai giudici decidere se i dati debbano essere anonimizzati o eliminati. Che cosa fare però se non si riesce a eliminare dalla rete i dati contestati? Un trucco, di cui si avvalgono anche le agenzie che si occupano della reputazione in rete, consiste nel diffondere sui social media e su altri siti web il maggior numero possibile di informazioni innocue in modo da relegare i contenuti indesiderati agli ultimi posti dell’elenco dei risultati dei motori di ricerca.

Fonti:

  • "24 Heures" hat Politiker-Privatsphäre nicht verletzt. SDA, 05.11.2013
  • Je Veux que Google m'oublie! Le Temps, 21.06.2013
  • Les nettoyeurs d'Internet. Le Temps, 21.06.2013
  • Mahnfinger zur Berichterstattung im Genfer Tötungsdelikt. Persönlich, 23.09.2013
  • Anonymisierung / Verwendung eines echten Namens für ein Pseudonym. Stellungnahme des Schweizer Presserates, Nr. 13/2012
    http://presserat.ch/_13_2012.htm
  • X. c. «Blick Online». Stellungnahme des Schweizer Presserates, Nr. 48/2011.
    http://presserat.ch/_48_2011.htm

Informazioni complementari:

  • Le Tribunal fédéral déboute la «Tribune». Tribune de Genève. 13.02.2013
  • Postulat 12.3152: Recht auf Vergessen im Internet
    http://www.parlament.ch/d/suche/seiten/geschaefte.aspx?gesch_id=20123152
  • Gericht ordnet erstmals Eingriff in Mediendatenbank SMD an. SDA, 21.01.2011
    http://www.glaus.com/4_publik/documents/20110121SDA-Meldung.pdf
  • Michlig, Matthias. Öffentlichkeitskommunikation der Strafbehörden unter dem Aspekt der Amtsgeheimnisverletzung (Art. 320 StGB). Schulthess Verlag 2013
  • Teitler, Mirjam. Der rechtskräftig verurteilte Straftäter und seine Persönlichkeitsrechte im Spannungsfeld zwischen öffentlichem Informationsinteresse, Persönlichkeitsschutz und Kommerz. Schulthess Verlag 2008

 

… e per dessert: videosorveglianza!

In tema di videosorveglianza si fa strada una nuova tendenza: aumenta il numero di ristoranti che installano videocamere. La trasparenza nei confronti dei clienti, invece, scarseggia.

Le notizie sui giornali e le esperienze quotidiane confermano una prima impressione: la videosorveglianza sta aumentando. Dal punto di vista della protezione dei dati il fenomeno è problematico, poiché chi filma persone in modo che siano riconoscibili elabora dati personali. Fanno parte di questa categoria anche le videocamere installate in un ristorante che forniscono immagini di clienti e dipendenti identificabili. Ciò non deve per forza, ma a volte può comportare una lesione della personalità degli interessati, tanto più se questi spesso non sono sufficientemente informati in merito o non lo sono affatto.

Le condizioni quadro giuridiche

Chiunque installi impianti di videosorveglianza non è semplicemente libero di fare ciò che permette la tecnica, bensì è soggetto alla legge sulla protezione dei dati. Nel nostro caso ciò significa che il ristoratore deve attenersi, tra l’altro, ai principi seguenti:

necessita innanzitutto di una buona giustificazione. L’argomento addotto in casi simili è una maggiore sicurezza (per i dettagli vedi più avanti). Dal punto di vista della protezione dei dati è plausibile sorvegliare determinate zone ben definite di un ristorante per valide ragioni inerenti la sicurezza; è tuttavia difficile concepire dei motivi sostenibili di fronte a un tribunale che giustifichino l’esercizio di una sorveglianza capillare.

Un altro principio giuridico è costituito dalla proporzionalità, secondo cui occorre scegliere la misura meno intrusiva nel diritto della personalità degli interessati. Ed è proprio la sicurezza, soprattutto in luoghi poco esposti, a poter essere garantita con mezzi diversi dalle videoregistrazioni. Anche la durata di conservazione dei filmati, ossia la loro archiviazione, dovrebbe essere proporzionale e orientarsi allo scopo per cui sono state fatte le riprese.

Rimane ancora il principio forse meno appariscente, ma non per questo meno centrale, della trasparenza. La legge sulla protezione dei dati prevede infatti che siano i diretti interessati a difendersi da eventuali lesioni della personalità e, se del caso, a ricorrere davanti a un tribunale civile. Per poter agire, tuttavia, occorre innanzitutto essere a conoscenza che i propri dati vengono elaborati. Concretamente ciò significa che i clienti di un ristorante devono essere informati della videosorveglianza in modo chiaro ed esplicito prima di entrare nella zona sorvegliata.

Interessato anche il personale

Come già menzionato, la motivazione addotta dai responsabili per esercitare la videosorveglianza è per lo più la «sicurezza». Questa riflessione, alla quale sempre più spesso sono subordinati altri interessi e persino diritti fondamentali, non è tuttavia spesso condotta fino in fondo. Le videocamere sono infatti efficaci soprattutto se l’autore di un reato agisce in modo razionale e pianificato. Soltanto un individuo che soppesi in via preventiva i pro e i contro della sua azione sarà forse indotto dall’esistenza di una videocamera a desistere dal compierla a tutti gli effetti (ma forse s’infilerà semplicemente una calza sulla testa e agirà lo stesso). Chi invece è piuttosto emotivo e agisce impulsivamente, non si mette a fare molti calcoli e, di conseguenza, non si fermerà davanti a una videocamera. Secondo studi effettuati in Germania e in Gran Bretagna la percentuale di crimini non diminuisce con l’aumento del numero di videocamere.

È un errore abbastanza frequente, d’altro canto, credere che le riprese video servano a chiarire tutte le situazioni possibili. Anche le scene filmate non sono sempre inequivocabili: tutto dipende dal taglio, dall’angolazione e dalla qualità delle immagini. Non sussiste inoltre alcuna garanzia che le immagini possano essere utilizzate: in ultima istanza spetta sempre al tribunale decidere se ammettere filmati provenienti da impianti di videosorveglianza privati quali mezzi di prova oppure no.

Vi è inoltre da chiedersi se, installando un simile impianto, la sicurezza aumenti davvero. Di sicuro invece c’è che il personale, a seconda dell’angolo di visualizzazione delle telecamere, è direttamente o indirettamente interessato. Qui sorge il sospetto, non del tutto infondato, che alcuni gerenti diano volentieri un’occhiata a quello che fanno i dipendenti in loro assenza. In questa sede, tuttavia, tratteremo la tematica solo marginalmente. Il diritto del lavoro vieta in via di principio, per motivi di salute, di sorvegliare sistematicamente il comportamento dei dipendenti. I lavoratori interessati possono farsi consigliare in merito presso l’ispettorato cantonale del lavoro (www.arbeitsinspektorat.ch).

Non si possono filmare o fotografare persone per il solo fatto che la tecnica lo rende possibile e i prodotti costano sempre meno; occorre fondarsi su motivazioni molto valide per interferire in tal misura nella personalità dei clienti e dei collaboratori. Il ristoratore è inoltre tenuto a informare in modo trasparente le persone interessate, quindi anche i propri clienti. L’esperienza mostra che spesso ciò non è il caso o avviene soltanto in modo inadeguato. Come da chiara richiesta contenuta nelle nostre spiegazioni, occorre esporre un’insegna ben visibile, grande abbastanza perché gli interessati non la ignorino, collocata a un’altezza che non sia quella delle caviglie o delle ginocchia: là, infatti, non la vede di certo nessuno.

Fonti:

In breve

Sicurezza dei dati mobile con le app di crittografia

Quant’è ancora sicuro telefonare con il cellulare e inviare SMS nell’era dei servizi segreti selvaggi? Una questione che ha dato vita a un vasto dibattito pubblico dopo che si è saputo che il telefonino della cancelliera federale tedesca veniva spiato. Mentre non ci sarà mai una sicurezza assoluta, gli esperti ritengono che vi siano senz’altro possibilità di ridurre drasticamente il rischio di essere intercettati. L’app per smartphone Silent Circle è ritenuta una variante di codificazione affidabile, di semplice utilizzo e dal costo accessibile rispetto ai cellulari crittografati. Silent Circle crittografa end-to-end conversazioni telefoniche, dati e messaggi in modo che il gestore della rete e altri terzi non possano accedere al contenuto. Altre applicazioni di crittografia sicure – almeno al momento attuale – sarebbero Orbot (Tor), RedPhone, TextSecure o Threema. Tuttavia, la miglior tecnica di crittografia raggiunge il suo obiettivo soltanto se il cellulare è libero da malware (cfr. Consigli).

Fonti:

Consigli

«Datileaks» smartphone

Le rivelazioni di Edward Snowden sull’agenzia americana NSA e sulle sue intercettazioni capillari di comunicazioni effettuate con le moderne tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno ricordato una volta di più che la sicurezza dei dati in Internet non è scontata. Ciò vale in particolare per gli smartphone. Come constata nel suo ultimo rapporto semestrale la Centrale d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione della Confederazione (MELANI), negli ultimi mesi numerosi cellulari sono stati infettati da malware e la tendenza è in aumento. Sono stati particolarmente colpiti apparecchi su cui era installato il sistema operativo Android. L’attacco con malware può avere conseguenze di ampia portata: nello smartphone si possono annidare programmi in grado di leggere e trasmettere nomi utenti, password, indirizzi, informazioni relative a e-banking e altri dati senza che l’utente se ne accorga.

Perché ciò non accada, gli esperti raccomandano di acquistare app soltanto da «store» ufficiali, di leggere le esperienze e i giudizi di altri utenti prima di effettuare il download e di riflettere se si è veramente intenzionati a concedere i diritti richiesti. Esistono infatti applicazioni che permettono di accedere agli SMS o alla rubrica. In caso di dubbio meglio rinunciare al download! Per difendersi da programmi malvagi, Android dispone del resto della funzione «Verifica app» (attivabile nell’app «Impostazioni di Google» sotto «Conferma app»). Per quanto riguarda la sicurezza dei dati negli smartphone, vale in linea generale la regola seguente: utilizzare sistemi di gestione ufficiali e aggiornarli regolarmente.

Fonte:

A proposito

Nuove pubblicazioni in tema di videosorveglianza

Una nuova moda sul mercato della videosorveglianza si chiama «dashcam». Si tratta di una telecamera che viene installata nei veicoli per filmare quel che accade in strada. C'è chi se ne serve per puro divertimento e chi utilizza le immagini ottenute come prove a discolpa in caso di incidente. In alcuni Paesi l'impiego di queste telecamere è prescritto dalla legge o dagli assicuratori di responsabilità civile; in Svizzera esso risulta invece contrario ai principi sanciti nella legge sulla protezione dei dati. Il perché lo trovate nelle nostre spiegazioni sull’argomento. Rientrano sempre nel settore della videosorveglianza le nostre nuove informazioni sulle riprese effettuate nei guardaroba e nelle toilette. Furti e atti vandalici commessi nei guardaroba e nelle toilette di strutture per il tempo libero pongono seri problemi ai responsabili della sicurezza, causano costi elevati e fanno arrabbiare la clientela. In questi casi un impianto di videosorveglianza pone spesso rimedio alla situazione. Filmare nei guardaroba e nelle toilette aumenta però notevolmente il pericolo di violare la sfera intima degli interessati. In quest’ambito, perciò, le videocamere sono ammesse soltanto se si rispettano regole severe.

Bibliografia

Dedeyan, Daniel, «Transparenz gegen Geld? Die Gebührenregelung des Öffentlichkeitsgesetzes», Zurigo 2013 (in tedesco)

Agenda
  • Giornata internazionale della protezione dei dati: 28 gennaio 2014

«datum» è una pubblicazione dell‘Incaricato federale della protezione dei dati e della trasparenza.

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