Prefazione

L'anno scorso, l'argomento principale della mia prefazione era stato l'11 settembre 2001. In particolare, mi chiedevo in che modo uno Stato di diritto democratico e liberale possa affrontare questa sfida senza mettere in discussione i propri fondamenti.

A che punto siamo, un anno dopo? La speranza che il mondo avrebbe reagito alle nuove minacce con la necessaria circospezione purtroppo non si è ancora avverata. È pur vero che a livello nazionale, per quanto attiene alla protezione della personalità, non si è avuta finora alcuna reazione sproporzionata. La pressione viene piuttosto dall'esterno: nella sua lotta contro l'"asse del male", l'amministrazione Bush cerca d'imporre in tutti i campi la propria egemonia. Nel tentativo di assoggettare il resto del mondo al loro sistema giuridico, gli Stati Uniti calpestano sempre più le legislazioni nazionali. Un esempio tra i più recenti: dal 5 marzo di quest'anno gli USA esigono da tutte le compagnie aeree i dati personali dei passeggeri: dalla loro religione alle abitudini alimentari fino al numero della carta di credito. Si tratta di un procedimento criticabile non solo in ragione della riservatezza dei dati richiesti, ma soprattutto per il modo con cui questa richiesta viene imposta su scala internazionale. Le autorità statunitensi esigono per legge che le compagnie aeree comunichino loro in anticipo i dati riguardanti tutti i passeggeri in volo per gli Stati Uniti. Chi trasgredisce a queste disposizioni può vedersi addirittura rifiutata l'autorizzazione all'atterraggio. Un accordo in tal senso ancora non è stato concluso con le autorità svizzere, ma la compagnia aerea Swiss sarà comunque costretta a trasmettere i dati, magari violando il diritto nazionale. Secondo la nostra legislazione, è infatti possibile trasmettere informazioni a un altro Stato solo se questi dispone di una protezione dei dati simile alla nostra, ciò che non è il caso degli Stati Uniti. In base al nostro diritto, quindi, un procedimento del genere sarebbe autorizzato solo se nello stesso tempo Stati Uniti e Svizzera concludessero una convenzione che fissi, riguardo a questi dati, delle condizioni di protezione paragonabili a quelle previste dalla nostra legislazione.

Questo modo di agire degli Americani non è un caso isolato. Sempre più saremo confrontati con il fatto che gli USA, sotto la copertura della lotta al terrorismo, cercano di aggirare la sovranità degli Stati in materia legislativa, senza negoziati, imponendo decisioni unilaterali.

Questo tentativo di influenza è da prendere molto sul serio e costituisce una grave minaccia al nostro ordinamento liberale. Ciò è tanto più evidente se si considera il modo in cui l'amministrazione Bush conduce la lotta al terrorismo all'interno del proprio Paese: con l'adozione del cosiddetto "Patriot Act", gli USA hanno da tempo imboccato la via di un ordinamento repressivo, che non tiene più in gran conto la protezione della personalità. Questa legge è stata introdotta subito dopo l'11 settembre 2001 per smascherare in tempo le attività terroristiche. Grazie ad essa le autorità possono sorvegliare perfino gli utenti delle biblioteche, anche in assenza del pur minimo indizio di azione criminale. La legge permette pure ai collaboratori dell'FBI di sequestrare documenti quali libri, atti, giornali o hard disk del computer, senza che l'interessato ne sia informato. La sorveglianza telefonica e di Internet è stata semplificata e l'FBI può mettere sotto controllo una persona anche se non vi è indizio di reato. Il governo Bush intende inasprire ulteriormente questa legge per poter incarcerare segretamente anche cittadini statunitensi. Inoltre, con il "Total Information Awareness" il Pentagono vuole registrare in una banca dati le informazioni mediche, finanziarie, fiscali e d'altro genere riguardanti i suoi cittadini. Attivisti americani per i diritti civili mettono in guardia contro questa pericolosa deriva che è in atto nel loro Paese. Il direttore dell'Unione americana per la difesa dei diritti civili (ACLU), Barry Steinhardt, ha dichiarato in una recente intervista: "La rapidissima successione delle innovazioni tecniche combinata all'erosione della protezione della sfera privata rischiano di trasformare Big Brother, spauracchio spesso citato ma remoto, in un aspetto reale della vita quotidiana americana". Nel gennaio 2003 la stessa associazione ha pubblicato un rapporto intitolato "Un mostro sempre più grande, catene sempre più deboli: la crescita della società americana della sorveglianza".

Beninteso, la Svizzera deve sostenere le misure di lotta al terrorismo, ma vanno fissati alcuni limiti: infatti, si è arrivati al punto in cui la lotta al terrorismo non solo collide con la protezione dei dati, ma si delinea come una minaccia per il nostro Stato di diritto. Il timore è che gli USA arrivino a imporre anche a noi, con mezzi di pressione diretti o indiretti, questa mentalità della sorveglianza.

Nel decimo anniversario dell'introduzione della nostra legge sulla protezione dei dati, queste considerazioni ci inducono a un bilancio che non dà adito a troppe illusioni: certo, a livello nazionale questa legge è servita a sensibilizzare i cittadini e a renderli coscienti delle potenziali minacce dell'evoluzione tecnica sui diritti della personalità. Ma a cosa serve tutto ciò se poi queste conquiste vengono vanificate da una superpotenza che aspira all'egemonia mondiale, ma che è al livello di un paese in via di sviluppo per quanto riguarda la protezione dei dati e della personalità?

Detto questo, non dobbiamo pensare che in futuro non avremo più da risolvere problemi interni riguardanti la protezione dei dati, né che le minacce ai diritti della personalità verranno unicamente dall'estero. Ci culleremmo infatti in un senso di falsa sicurezza. Indipendentemente dalla pressione americana, dilaga anche da noi la moda d'installare videocamere a ogni angolo, nella speranza di ottenere maggior sicurezza. Non si può negare che questi sistemi, a determinate condizioni, possano anche essere molto utili; spesso si rivelano tuttavia superflui, inadeguati e sproporzionati, dando un'illusione di falsa sicurezza: un autosilo non diventa più sicuro per le donne perché è sorvegliato dalle telecamere. All'aggressore basta infatti coprirsi il viso per evitare di essere riconosciuto. Il luogo diventerà più sicuro solo se vi saranno persone che lo sorvegliano e lo controllano. I "location based services" (l'impiego a scopo pubblicitario del cellulare da parte delle aziende di marketing) e il "pervasive computing" (l'utilizzo di trasmittenti, perlopiù invisibili, che possono venire installate ovunque, persino nei vestiti e negli alimenti) sono fenomeni che interessano in primo luogo pubblicitari e specialisti del marketing, ma celano enormi potenzialità atte a ledere la personalità. Lo paventano d'altronde esperti come Marie-Theres Tinnenfeld, professoressa tedesca di diritto, che all'inizio dell'anno ha affermato: "Oggi vi è dunque motivo di temere che la sfera privata venga distrutta da una sorveglianza statale indiscriminata e da una caccia senza limiti alle informazioni da parte dell'economia".

Hanspeter Thür

[luglio 2003]

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