Prefazione

Febbre dell'oro in Internet - fine della sfera privata?

Non passa settimana senza che i giganti della rete come Google o Facebook lancino nuovi servizi o strumenti impressionanti. Funzionano sempre secondo lo stesso modello: sono gratuiti, gli offerenti si finanziano con la pubblicità. Le entrate pubblicitarie crescono in proporzione al numero di persone che ricorrono a questi servizi e dunque alla possibilità di affinare l'analisi delle loro esigenze. Gli offerenti fanno di tutto per attirare il maggior numero di utenti e di opportunità pubblicitarie. Ecco alcuni esempi recenti:

  • Facebook offre uno strumento di sincronizzazione con il quale i membri possono coordinare agende e indirizzari con la sua piattaforma. I contatti caricati in questo modo però non sono soltanto accessibili agli utenti stessi, ma anche a Facebook che così dispone di informazioni sulle persone che non sono al corrente di questa trasmissione dei dati e che non vi hanno acconsentito.
  • Nel frattempo anche Google si è inserito nel mercato lucrativo dei social network e offre agli utenti Gmail «Google-Buzz», uno strumento che permette di scambiarsi informazioni con gli «amici». Si è però sollevata una protesta generale, poiché Google aveva programmato le installazioni di base in modo da rendere pubblica l'intera corrispondenza elettronica dei 176 milioni di utenti di Gmail che cliccavano su questo strumento.
  • Twitter è implementato con una funzione di localizzazione con la quale si può comunicare non soltanto i propri pensieri e le proprie attività agli amici (i «followers»), ma anche indicare loro il luogo in cui ci si trova: i navigatori permettono di seguire gli utenti di Twitter passo dopo passo e di comunicare le coordinate. Ma non solo gli amici di Twitter sanno in qualsiasi momento dove ci si trova, anche Twitter ha questa informazione e può adeguare la sua pubblicità con maggiore precisione: la persona che si trova nelle vicinanze di un negozio di abbigliamento, ad esempio, riceverà un'offerta interessante via SMS.
  • Il cellulare lanciato recentemente da Google «Android» offre un programma di navigazione gratuito con avanzata tecnologia di ricerca: basta indicare «navigare alla mostra ‹Robert Mapplethorpe› a Lugano!» e l'apparecchio ci guida alla Villa Malpensata. Senza ombra di dubbio questo genera enormi possibilità pubblicitarie.
  • Con «Goggle» Google si cimenta nel riconoscimento facciale automatico tramite un programma per cellulari. Un motore di ricerca permette di cercare se la persona fotografata compare già in una banca dati su Internet e ne trasmette i risultati sul cellulare.

Il cellulare con funzione di localizzazione permetterà di ricevere ovunque informazioni sul luogo in cui ci si trova, individuare i posti turistici, trovare gli amici e identificare le persone. Il mondo reale diventerà in un certo senso un'interfaccia utente digitale che consentirà di accedere a dati e scaricarli in qualsiasi momento e ovunque. Un tempo si andava «su Internet», questa dimensione virtuale nel ciberspazio. D'ora in poi la rete è ovunque: è l'«Outernet», come lo definisce lo specialista delle tendenze Nils Müller.

Il trattamento dei dati di milioni di utenti è per i giganti della rete una vera e propria miniera d'oro. Conoscono le preferenze dei loro clienti, sanno dove si trovano, dove vanno, con chi sono in contatto, cosa interessa loro e cosa pensano. I software odierni altamente efficaci scoprono in queste informazioni algoritmi che permettono di allestire profili della personalità e del consumo pressoché perfetti. Questo catapulta la pubblicità mirata agli utenti (quanto a luogo, ora, prodotto e persona) a un grado di precisione mai raggiunto prima. Non c'è quindi da stupirsi se in tutto il mondo i tradizionali supporti pubblicitari, in particolare la stampa, temono per le loro entrate; negli Stati Uniti la pubblicità on line ha già superato quella su carta stampata. Non stupisce neanche il fatto che l'organizzazione OCSE e i tutori della concorrenza siano preoccupati per la posizione dominante dei giganti della rete. Anche negli Stati Uniti gli enti statali cominciano ad occuparsi di questa problematica.

Questa evoluzione solleva una domanda interessante: le nuove offerte come influenzeranno il nostro comportamento? Se gli algoritmi influenzano la nostra vita in modo crescente, ci dicono cosa siamo e cosa dovremmo fare, viene messa in dubbio l'autodeterminazione individuale come essenza di un modello di società sociale e liberale. Attualmente si stanno studiando le ripercussioni che una percezione e un processo decisionale guidati da algoritmi possono avere sui meccanismi decisionali della democrazia; ne aspetto con impazienza i risultati.

Di fronte a queste evoluzioni, non serve a nulla lasciarsi prendere dal pessimismo e vedere tutto nero, anche se non si può negare che si tratta di una grande sfida per tutti coloro che si sentono obbligati a tutelare la sfera privata. Non è soltanto l'autorità di protezione dei dati ad esserne interessata, bensì la società in generale:

Innanzitutto gli utenti stessi: primo, non devono dimenticare che le informazioni personali rivelate valgono soldi. Secondo, devono valutare se l'offerta merita che così tanti dati personali (e quanti di essi) siano messi su Internet. L'autoresponsabilità implica soprattutto leggere le clausole minuscole e accertarsi quali informazioni si intende veramente rendere di pubblico dominio, tenendo sempre presente che permettono di creare dettagliati profili della personalità. Terzo e ultimo, gli utenti devono anche sapere che non è permesso mettere in rete informazioni riguardanti amici e conoscenti - come foto di feste di famiglia o escursioni aziendali - senza il consenso di tutti i partecipanti.

Il legislatore deve fare la sua parte: anch'egli deve sapere che tutte queste offerte Internet mirano principalmente a rivelare un massimo di dati personali al fine di produrre il maggior numero possibile di entrate pubblicitarie. Le impostazioni di base di questi prodotti non poggiano pertanto sulla protezione della sfera privata. Nell'ottica di una protezione ben concepita della personalità, non si può giungere alla situazione in cui a dover agire è la persona interessata a salvaguardare la sua sfera privata. Deve avvenire esattamente il contrario: ogni offerente deve essere obbligato per legge a scegliere la tecnologia e le impostazioni che garantiscono la massima protezione della sfera privata. Gli utenti che non vogliono questa protezione possono rinunciarvi, ma devono attivarsi modificando le impostazioni di base del loro conto. A tal proposito è importante sottolineare che le normative nazionali da sole non risolveranno il problema; sono indispensabili anche soluzioni a livello internazionale.

I media e le scuole sono parimenti interessate: solo informazioni dettagliate permettono al cliente di utilizzare le nuove tecnologie in modo responsabile. Le scuole dovrebbero dare quanto prima ai bambini e ai giovani basi abbastanza solide da poter sviluppare la coscienza del valore della sfera privata. Ogni livello di formazione deve trattare questo fenomeno dei nuovi mezzi di comunicazione e insegnare "le istruzioni per l'uso".

Un ruolo importante hanno anche gli offerenti di questo tipo di servizi: per salvaguardare la buona fama del proprio prodotto, gli offerenti hanno interesse a mettere sul mercato tecnologie conformi alla protezione dei dati di modo che l'utente non sia ancora obbligato a migliorarli. Non mi faccio però illusioni: soltanto la pressione dell'opinione pubblica può imporre alle grandi aziende una buona prassi.

Il caso di Google Street View, che ci ha particolarmente impegnati l'anno scorso e che continuerà a farlo anche in futuro, solleva proprio questa questione: fino a che grado di perfezione deve arrivare un prodotto dal punto di vista della protezione della sfera privata? È giusto intervenire sulla rete quando la protezione offerta non è sufficiente? A queste domande cruciali risponderà il Tribunale amministrativo federale forse ancora nel corso di quest'anno. La decisione sarà determinante anche per gli altri offerenti di servizi su Internet.

Anche se un crescente numero di persone sembra rassegnato a non poter mantenere un ambito privato nell'era di Internet, la conclusione a cui recentemente è giunto Eric Schmidt, il capo di Google, («Se non volete che qualcuno venga a sapere ciò che avete fatto, non fatelo!») non verrà condivisa dalla maggioranza ancora per lungo tempo, almeno si spera. Dello stesso parere di Schmidt è anche il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, il quale in un'intervista ha sostenuto che la sfera privata è ormai una nozione superata.

Per contro, gli utenti continuano a dimostrare quotidianamente la loro opposizione verso un trattamento negligente dei dati personali; protestano, si riuniscono in gruppi d'interesse, bloggano e ottengono miglioramenti. In qualità di autorità competente per la protezione dei dati facciamo il possibile per sostenere questa tendenza.

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